I Dieci Comandi

Premessa

 «Generalmente, spiegando i dieci Comandamenti, è detto che essi si iniziano coi tre dedicati al culto di Dio, perché Dio ha la precedenza, e ogni cosa di Dio la deve avere su ogni altro essere o cosa. Spiegazione giusta, ma non è l'unica spiegazione questa comune, per spiegare l'ordine dato ai dieci Comandamenti.
   Dio, essendo la Perfezione, poteva essere messo al vertice della scala ascensionale della perfezione. Dare a Lui il culto e l'onore quando la creatura si era reso degno di darglielo come si conviene essendo già "giusto" in tutte le cose della Terra. Ma credi che allora sarebbe mai stato possibile onorare Dio e dargli culto? La risposta è: "mai".

Ascoltiamo bene.
Cosa è Dio? È la Carità, la Bontà, la Sapienza, la Forza, la Potenza. È il Tutto. È la Perfezione.
Cosa è l'uomo? È un'anima imprigionata in una carne bramosa e forte nei mali appetiti, debole nelle buone volontà, un'anima che oltre che il peso e le conseguenze del peso della materia che l'avviluppa porta il peso e le conseguenze della Colpa di Adamo, cancellata come macchia, abbattuta come ostacolo, per far posto alla Grazia, ma non spenta coi suoi fomiti, investita dai venti del mondo e di Satana. L'uomo è la debolezza, l'egoismo, l'ignoranza, l'impotenza, l'imperfezione. Lo è nonostante i doni gratuiti di Dio, perché generalmente tali doni potenti non sono usati con volontà intelligente e amorosa dall'uomo. Restano perciò inerti, sterili. L'uomo con le sue svogliatezze, noncuranze, incredulità, o col male massimo – l'odio a Dio – sterilisce questi lieviti potenti, questi farmachi potenti, questi semi potenti. Li imprigiona, li imbavaglia, li conculca, li calpesta, li respinge. E perciò respinge il Donatore di essi: il Dio Uno e Trino.
   E l'uomo, separatosi che sia da Dio, è un nulla, capace di nulla. Perché l'unione con Dio è vita. Perché l'unione con Dio è potenza. Perché l'unione con Dio è fortezza. Perché l'unione con Dio è sapienza. Perché l'unione con Dio è temperanza, è giustizia, è prudenza, è bontà, è misericordia, è carità, ossia è essere figli di Dio aventi del Padre la somiglianza nello spirito e nelle virtù.
Senza Dio, l'uomo non può essere che un bruto selvaggio. Più che un bruto, un demone. Perché il bruto si lascia dominare dall'uomo, si addomestica, si piega sotto la potenza che ha nome "uomo", vi si piega o con amore e per amore, nei bruti più progrediti e domestici, o con timore. L'uomo ha fatto degli animali, in origine liberi e selvaggi, i suoi sudditi e aiutanti, e anche i suoi amici, non certo fra i più spregevoli. Molti uomini avrebbero da imparare amore, fedeltà, pazienza, ubbidienza dagli animali. Gli animali sanno dunque amare e ubbidire, essere fedeli. Gli uomini molte volte non sanno piegarsi sotto la potenza che ha nome Dio. Sono dunque demoni perché solo i demoni sono i perpetui ribelli.
   Gli uomini non sanno piegarsi, abbiamo detto. Oh! Dio non ci impone di piegarci sotto! Ci chiede di gettarci nelle sue braccia paterne. Non piegati sotto il bastone, la sferza, il giogo, le redini, come gli animali, ma sotto l'amore, sotto la carezza del­l'amore di Dio. Piegarci sul suo grembo di Padre, ascoltarlo mentre ci dice ciò che è bene, e punteggia il suo dire con carezze e grazie.
Perché non facciamo ciò che sa fare l'animale per colui che lo addomestica o lo ama? Grande la potenza e perfezione dell'uomo in confronto con l'animale. Ma infinita la perfezione e potenza di Dio rispetto a quell'atomo che è l'uomo, che è grande rispetto agli animali solo per l'anima che da Dio viene, e che può divenire grande anche al cospetto di Dio unicamente per quanto sa far grande la sua anima col ricrearla nella perfezione.
   Ora, premesso questo, eccoci alla lezione sulla giustizia sapiente, sulla bontà paterna di Dio nel comandare all'uomo prima la perfezione verso Dio, poi quella verso il prossimo. Oltre alla giusta regola di precedenza verso il Supremo nel culto da dargli, l'ordine tenuto nei dieci Comandamenti è stato tenuto per un perfetto pensiero d'amore paterno di Dio verso gli uomini, che Egli desidera beati in eterno nel suo Regno.
   Quando l'uomo mette in pratica i tre primi comandamenti, ama Dio e perciò vive in Dio e Dio vive in lui. Essendo così "vivi" della vita di Dio che si comunica nella pienezza dei suoi doni al figlio nel quale inabita, gli uomini possono compiere, con la parte più riottosa – quella umana – la giustizia. Riconoscere Dio per unico Dio, dargli onore, pregarlo, non cadere in idolatria, non bestemmiare il Nome Ss., sono atti dello spirito; e lo spirito, l'anima, ha sempre un'agilità maggiore a compiere ciò che le viene comandato, ciò che essa sente giusto, ciò che istintivamente, spontaneamente sente di dover dare al suo Creatore che sa esistere come Ente Supremo.
Ma la carne! Oh! la carne! Essa è la bestia ribelle e golosa! Essa è la materia più facilmente aizzata e attossicata e avvampata dalla tentazione, dal veleno, dal fuoco del Serpente maledetto. E per saper resistere deve essere sorretta da uno spirito forte. Forte per l'unione con Dio.
   È detto: "Se non sapete amare Dio, come potrete amare il fratello vostro? Come, se non amate il Buonissimo, il Benefattore, l'Amico, come potrete, saprete amare un vostro simile così raramente sempre buono, benefico, amico?". Umanamente, da uomo-animale a uomo-animale, non potreste. Eppure, se non amiamo il prossimo, non amiamo Dio, e se non amiamo Dio non potremo entrare nel suo Regno.
   Ecco allora che il Padre Ss. vi insegna prima ad amare Lui. Come sapientissimo Maestro ci allena prima, ci alleva e irrobustisce nell'amore dandoci Sé ad amare, Sé, il sempre Buono. Poi, dopo che l'amore ci ha uniti a Lui e messo in noi l'inabitazione di Dio, ci spinge ad amare i fratelli, il prossimo, e per farci sempre più forti nel dolce e pur difficile amore di prossimo, per primo prossimo da amare ci addita il padre e la madre. L'uomo che dopo Dio sa amare con perfezione il padre e la madre, facilmente potrà poi trattenersi dall'essere violento verso il prossimo, ladro, fornicatore, spergiuro, invidioso della donna e dei beni altrui.
   Ecco il movente d'amore che ha avuto Dio nella disposizione dei dieci Comandamenti. Aiutarci. Darci modo di essere in Lui, e Lui in noi, perché questa unione ci dia uno spirito così forte da saper essere vittorioso sempre sulla carne, il mondo, il demonio. E da questa vittoria giungere al trionfo del Cielo, al godimento di Dio, alla vita eterna, al tempo e al luogo meravigliosi dove non sono più lotte e comandi ma tutto è superato di ciò che è fatica o dolore ed è pace, pace, pace.

I Dieci Comandamenti

Ascolta Israele!

Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio all'infuori di me.

  2. Non nominare il nome di Dio invano.

  3. Ricordati di santificare le feste.

  4. Onora il padre e la madre.

  5. Non uccidere.

  6. Non commettere atti impuri.

  7. Non rubare.

  8. Non dire falsa testimonianza.

  9. Non desiderare la donna d'altri.

  10. Non desiderare la roba d'altri.

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Io sono il Signore Dio tuo

È detto nella Bibbia che il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua terribile potenza, per dire anche con essa: “Io sono Dio. Questo è il mio volere. E questi sono i fulmini che ho pronti per coloro che saranno ribelli al volere di Dio”. E prima di parlare impose che nessuno del popolo salisse per contemplare Colui che è, e che anche i sacerdoti si purificassero prima di accostarsi al limite di Dio, per non essere percossi. Questo perché era tempo di giustizia e di prova. I Cieli erano chiusi come da pietra sul mistero del Cielo e sul corruccio di Dio, e solo le lame della Giustizia saettavano dai Cieli sui figli colpevoli. Ma ora no. Ora il Giusto è venuto a consumare ogni ingiustizia ed è venuto il tempo in cui, senza folgori e senza termini, la Parola divina parla all’uomo per dare all’uomo Grazia e Vita.
   La prima parola del Padre e Signore è questa: “Io sono il Signore Dio tuo”.
   Non vi è attimo del giorno che questa parola non suoni e non sia scritta dalla voce e dal dito di Dio. Dove? Dovunque. Tutto lo dice continuamente. Dall’erba alla stella, dall’acqua al fuoco, dalla lana al cibo, dalla luce alle tenebre, dalla sanità alla malattia, dalla ricchezza alla povertà. Tutto dice: “Io sono il Signore. Per Me hai questo. Un mio pensiero te lo dona, un altro te lo leva, né vi è forza di eserciti né di difese che ti può preservare dalla mia volontà”. Urla nella voce del vento, canta nel riso dell’acqua, profuma nell’olezzo del fiore, s’incide sui dossi montani, e sussurra, parla, chiama, grida nelle coscienze: “Io sono il Signore Iddio tuo”.
Non ve ne dimenticate mai! Non chiudetevi gli occhi, le orecchie, non strozzate la coscienza per non udirla, questa parola. Tanto essa è, e viene il momento che sulla parete del convito o sull’onda sconvolta del mare, sul labbro ridente del fanciullo o sul pallore del vecchio che muore, sulla fragrante rosa o sul fetido sepolcro, viene scritta dal dito di fuoco di Dio. Tanto viene il momento che fra le ebbrezze del vino e del piacere, fra il turbine degli affari, nel riposo della notte, in una solitaria passeggiata, essa alza la sua voce e dice: “Io sono il Signore Iddio tuo” e non questa carne che baci avido, e non questo cibo che ingordo ingolli, e non quest’oro che avaro accumuli, e non questo letto su cui poltrisci; e non serve il silenzio, l’esser soli, dormenti a farla tacere.
   “Io sono il Signore Iddio tuo”, il Compagno che non ti abbandona, l’Ospite che non puoi cacciare. Sei buono? Ecco che l’ospite e compagno è l’Amico buono. Sei perverso e colpevole? Ecco che l’ospite e compagno diviene il Re irato e non dà pace. Ma non lascia, non lascia, non lascia. Solo ai dannati è concesso separarsi da Dio. Ma la separazione è il tormento insaziabile ed eterno. 
   “Io sono il Signore Iddio tuo” e aggiunge: “che ti trassi dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù”. Oh! che invero, ora, proprio lo dice! Da che Egitto, da che Egitto ti trae, verso la terra promessa che non è questo luogo, ma il Cielo! L’Eterno Regno del Signore in cui non sarà più fame e sete, e freddo e morte, ma tutto stillerà gioia e pace, e di pace e di gioia sarà sazio ogni spirito.
   Dalla schiavitù vera ora ci trae. Ecco il Liberatore. Gesù. Viene a spezzare le nostre catene. Ogni dominatore umano può conoscere la morte, e per la sua morte essere liberi i popoli schiavi. Ma Satana non muore. E’ eterno. Ed è il dominatore che ci ha messo in ceppi per trascinarci dove vuole. Il Peccato è in noi. E il Peccato è la catena con cui Satana ci tiene. Gesù è venuto a spezzare la catena. In nome del Padre è venuto. E per desiderio di Gesù stesso. Ecco perciò che si compiuta la non compresa promessa: “ti trassi dall’Egitto e dalla schiavitù”.
   Ora questo ha spiritualmente complimento. Il Signore Iddio nostro ci trae dalla terra dell’idolo che sedusse i Progenitori, ci strappa dalla schiavitù della Colpa, ci riveste di Grazia, ci ammette al suo Regno. In verità coloro che verranno a Gesù potranno, con dolcezza di paterna voce, sentire l’Altissimo dire nel cuore beato: “Io sono il Signore Iddio tuo e che ti  traggo a Me, libero e felice”. 
Andiamo. Volgiamo al Signore cuore e volto, preghiera e volontà. L’ora della Grazia è venuta.

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Non Avrai altro Dio al di fuori di me

È detto: “Non ti farai degli dèi nel mio cospetto. Non ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo o quaggiù in terra o nelle acque sotto la terra. Non adorerai tali cose, né presterai loro culto. Io sono il Signore Iddio tuo, forte e geloso, che visito l’iniquità dei padri sopra i figli fino alla terza e quarta generazione di quelli che mi odiano, e faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano ed osservano i miei comandamenti”. 
“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.  Avete udito come Dio sia onnipresente col suo sguardo e la sua voce. In verità siamo sempre al suo cospetto.  Chiusi nell’interno di una camera o fra il pubblico del Tempio, ugualmente siamo al suo cospetto. Benefattori nascosti che anche al beneficiato celiamo il nostro volto, o assassini che assaliamo il viandante in una gola solitaria e lo trucidiamo, ugualmente siamo al suo cospetto. Al suo cospetto è il re in mezzo alla sua corte, il soldato sul campo di battaglia, il levita nell’interno del Tempio, il saggio curvo sui libri, il contadino sul solco, il mercante al suo banco, la madre curva sulla cuna, la sposa nella camera nuziale, la vergine nel segreto della paterna dimora, il bimbo che studia nella scuola, il vecchio che si stende per morire. Tutti al suo cospetto e tutte le azioni dell’uomo ugualmente al suo cospetto. Tutte le azioni dell’uomo! Tremenda parola! E consolante parola! Tremenda se azioni di peccato, consolante se azioni di santità. Sapere che Dio vede. Freno nel mal fare. Conforto al ben fare. Dio vede che bene agisco. Io so che Egli non dimentica ciò che vede. Io credo che Egli premia le buone azioni. Perciò sono certo di avere di queste premio, e su questa certezza mi riposo. Essa mi darà serena vita e placida morte, perché in vita e in morte sarà la mia anima consolata dal raggio stellare dell’amicizia di Dio. Così ragiona colui che agisce bene. 
Ma colui che agisce male, perché non pensa che tra le azioni proibite sono i culti idolatrici? Perché costui non dice: “Dio vede che, mentre fingo culto santo, adoro un dio o degli dèi bugiardi, ai quali ho eretto un altare segreto agli uomini ma noto a Dio?”. Quale volto hanno questi dèi, se al vero Dio ci è impossibile dare un volto? Sì. Impossibile dare un volto, perché il Perfetto e il Purissimo non può essere degnamente raffigurato dall’uomo. Solo lo spirito intravede la sua incorporea e sublime bellezza e ne ode la voce, ne gusta la carezza quando Egli si effonde presso un suo santo meritevole di questi contatti divini. Ma l’occhio, l’udito, la mano dell’uomo non possono vedere e udire, e perciò ripetere con il suono sulla cetra, col mazzuolo e lo scalpello sul marmo, ciò che è il Signore. Oh! felicità senza fine quando, o spiriti dei giusti, vedrete Iddio! Il primo sguardo sarà l’aurora della beatitudine che nei secoli e dei secoli vi sarà compagna. Eppure ciò che non potemmo fare per il vero Dio, ecco che l’uomo fa per gli dèi bugiardi. Ed uno erige l’altare alla donna; l’altro all’oro; l’altro al potere; l’altro alla scienza; l’altro ai trionfi militari; l’uno adora l’uomo potente, suo simile in natura, solo superiore in prepotenza o fortuna; l’altro adora se stesso e dice: ‘Non c’è altri pari a me’. Ecco gli dèi di coloro che sono del popolo di Dio.  Non stupiamoci dei pagani che adorano animali, rettili ed astri. Quanti rettili! Quanti animali! Quanti astri spenti adoriamo nei nostri cuori! Le labbra pronunziano parole di menzogna per adulare, per possedere, per corrompere. E non sono queste le preghiere degli idolatri segreti?  I cuori covano pensieri di vendetta, di mercimonio, di prostituzione. E non sono questi i culti agli dèi immondi del piacere, dell’avidità, del male?
È detto: “Non adorerai nulla di ciò che non è il tuo Dio vero, unico, eterno”. 
È detto: “Io sono il Dio forte e geloso”. Forte: nessuna altra forza è più forte della sua. L’uomo è libero di fare, Satana è libero di tentare. Ma quando Dio dice: “Basta”, l’uomo non può più male agire e Satana non può più tentare. Respinto questo nel suo inferno, abbattuto quello dal suo abuso nel mal fare, perché vi è un limite ad esso, oltre il quale Dio non permette che si vada.
   Geloso: Di che? Di quale gelosia? La meschina gelosia dei piccoli uomini? No. La santa gelosia di Dio sui suoi figli. La giusta gelosia. L’amorosa gelosia. Ci ha creati. Ci ama. Ci vuole. Sa ciò che ci nuoce. Conosce ciò che è atto a separarci da Lui. Ed è geloso di questo ‘che‘, che si intromette fra il Padre e i figli e li svia dall’unico amore che è salute e pace: Dio. Comprendete questa sublime gelosia che non è gretta, che non è crudele, che non è carceriera. Ma che è amore infinito, che è infinita bontà, che è libertà senza limiti, che si dà alla creatura finita per aspirarla nell’eternità a Sé e in Sé, e farla compartecipe della sua infinità. Un padre buono non vuol godere le sue ricchezze da solo. Ma vuole che i figli con lui le godano. In fondo, più per i figli che per sé le ha accumulate. Ugualmente Dio. Ma portando in questo amore e desiderio la perfezione che è in ogni sua azione.
Non deludiamo il Signore. Egli promette castigo sui colpevoli e sui figli dei figli colpevoli. E Dio non mente mai nelle sue promesse. Ma non abbattiamo l’animo nostro, o figli dell’uomo e di Dio. Udiamo, ed esultiamo, l’altra promessa: “E faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”. Fino alla millesima generazione dei buoni. E fino alla millesima debolezza dei poveri figli dell’uomo, i quali cadono non per malizia ma per sventatezza e per tranello di Satana. Più ancora. Egli ci apre le braccia se col cuore contrito e col volto lavato dal pianto noi diciamo: “Padre, io ho peccato. Lo so. Me ne umilio e a Te mi confesso. Perdonami. Il tuo perdono sarà la mia forza per tornare a ‘vivere’ la vera vita”.
   Non temete. Prima che voi peccaste per debolezza Egli sapeva che avreste peccato. Ma solo il suo Cuore si chiude quando persistiamo nel peccato volendo peccare, facendo di un dato peccato o di molti peccati i nostri dèi d’orrore. Abbattiamo ogni idolo, facciamo posto al Dio vero. Egli scenderà con la sua gloria a consacrare il nostro cuore quando si vedrà Lui solo in noi.
   Rendiamo a Dio la sua dimora. Non nei templi di pietra, ma nel cuore degli uomini essa è. Laviamone la soglia, liberiamo l’interno da ogni inutile o colpevole apparato. Dio solo. Solo Lui. Tutto è Lui! E per nulla è inferiore al Paradiso il cuore di un uomo in cui sia Dio, il cuore di un uomo che canti il suo amore all’Ospite divino. Facciamo di ogni cuore un Cielo. Iniziamo la coabitazione con l’Eccelso. Nel nostro eterno domani essa si perfezionerà in potenza e gioia. Ma qui sarà già tale da superare il tremebondo stupore di Abramo, Giacobbe e Mosè. Perché non sarà più l’incontro folgorante e spaurente col Potente, ma la permanenza con il Padre e l’Amico che scende per dire: "La mia gioia è stare fra gli uomini. Tu mi fai felice. Grazie, figlio”.

 

Non nominare il nome di Dio invano

È detto: «Non proferire invano il mio Nome».

Quando è che lo si nomina invano? Solo quando lo si bestemmia? No. Anche quando lo si nomina senza rendersi degni di Dio. Può dire un figlio: «Amo il padre e l’onoro» se poi, a tutto quello che il padre da lui desidera, oppone opera contraria? Non è dicendo: “padre, padre” che si ama il genitore. Non è dicendo: “Dio, Dio” che si ama il Signore.

In Israele in cui vi sono tanti idoli nel segreto dei cuori, vi è anche una ipocrita lode a Dio, lode alla quale non corrispondono le opere dei lodatori. In Israele vi è anche una tendenza: quella di trovare tanti peccati nelle cose esteriori, e a non volerli trovare, là dove realmente sono, nelle cose interiori. In Israele vi è anche un stolta superbia, una antiumana e antispirituale abitudine: quella di giudicare bestemmia il Nome del nostro Dio su labbra pagane, e si giunge a proibire ai gentili di accostarsi al Dio vero

perché si giudica ciò sacrilegio.

Questo era fino all'arrivo di Gesù. Ora non più.

Il Dio d’Israele è lo stesso Dio che ha creato tutti gli uomini. Perché impedire che i creati sentano l’attrazione del loro Creatore? Credete voi che i pagani non sentano qualcosa nel fondo del cuore, qualcosa di insoddisfatto che grida, che si agita, che cerca? Chi? Che? Il Dio ignoto. E credete voi che se un pagano tende se stesso all'altare del Dio ignoto, a quell'altare incorporeo che è l’anima in cui sempre è un ricordo del suo Creatore, è l’anima che attende di essere posseduta dalla gloria di Dio, così come lo fu il Tabernacolo eretto da Mosè secondo l’ordine avuto, e che piange finché questo possesso non la tiene, Dio respinga il suo offrirsi come si respinge una profanazione? E credete voi che sia peccato quell'atto, suscitato da un onesto desiderio dell’anima che svegliata da appelli celesti dice: ‘Vengo’ al Dio che le dice: ‘Vieni’, mentre sia santità il corrotto culto di un Israele che offe al Tempio quanto avanza dal suo godimento, ed entra al cospetto di Dio e lo nomina, questo Purissimo, con anima e corpo che è tutta una verminaia di colpe? No. In verità vi dico che la perfezione del sacrilegio è in quell'israelita che con anima impura pronuncia invano il Nome di Dio.

È pronunciarlo invano quando, e stolti non siete, quando per lo stato dell'anim vostra sapete che inutilmente lo pronunciate. Oh! che Io vedo il volto sdegnato di Dio che si volge con disgusto altrove quando un ipocrita lo chiama, quando lo nomina un impenitente! E ne ho terrore, Io che pure non merito quel corruccio divino.

Leggo in più di un cuore questo pensiero “Ma allora, fuorché i pargoli, nessuno potrà chiamare Iddio, perché dovunque nell'uomo è impurità e peccato”. No. Non dite così. È dai peccatori che quel Nome va invocato.

È da coloro che si sentono strozzati da Satana e che vogliono liberarsi dal peccato e dal Seduttore.

Vogliono. Ecco ciò che muta il sacrilegio in rito. Volere guarire. Chiamare il Potente per essere perdonati e per essere guariti. Invocarlo per mettere in fuga il Seduttore.

È detto nella Genesi che il Serpente tentò Eva nell'ora in cui il Signore non passeggiava nell'Eden. Se Dio fosse stato nell'Eden, Satana non avrebbe potuto esservi. Se Eva avesse invocato Iddio, Satana sarebbe fuggito. Abbiate sempre nel cuore questo pensiero. E con sincerità chiamate il Signore. Quel Nome è

salvezza.

Molti di voi vogliono scendere a purificarsi. Ma purificatevi il cuore, incessantemente, scrivendovi sopra con l’amore la parola: Dio. Non bugiarde preghiere. Non consuetudinarie pratiche. Ma col cuore, col pensiero, con gli atti, con tutto voi stessi dite quel Nome: Dio. Ditelo per non essere soli. Ditelo per essere sostenuti. Ditelo per essere perdonati.

Comprendete il significato della parola del Dio del Sinai. ‘Invano’ è quando dire: ‘Dio’, non è mutazione in bene. Ed è peccato allora. ‘Invano’ non è quando, come il battito di sangue nel cuore, ogni minuto del vostro giorno e ogni vostra onesta azione, bisogno, tentazione, dolore, vi riporta sulle labbra la figliale parola d’amore: ‘Vieni, Dio mio!’. Allora, in verità, non peccate nominando il Nome santo di Dio.

Onora il padre e la madre

‘Onora il padre e la madre’ dice il Decalogo. Come si onorano? Perché si devono onorare?

Si onorano con vera ubbidienza, con esatto amore, con confidente rispetto, con un timore riverenziale che non preclude la confidenza ma nello stesso tempo non ci fa trattare i maggiori come fossimo servi ed inferiori. Si devono onorare perché, dopo Dio, i datori della vita e di tutte le necessità materiali della vita, i primi maestri, i primi amici del giovane essere nato alla terra, sono il padre e la madre.

Si Dice: ‘Dio ti benedica’, si dice: ‘grazie’ a quello che ci raccoglie un oggetto caduto o ci dà un tozzo di pane. Ed a questi che si spezzano nel lavoro per sfamarci, per tesserci le vesti e tenerle monde, per questi che si alzano per scrutare il nostro sonno, si negano riposo per curarci, ci fanno letto del loro seno nelle nostre stanchezze più dolorose, non diremo, con l’amore: ‘Dio ti benedica’, ‘grazie’?

Sono i nostri maestri. Il maestro è temuto e rispettato. Ma esso ci prende quando già sappiamo l’indispensabile per reggerci e nutrirci e dire le cose essenziali, e ci lascia quando il più arduo insegnamento della vita, ossia ‘il vivere’, ci deve essere ancora insegnato. E sono il padre e la madre che ci preparano alla

scuola prima, alla vita poi. Sono i nostri amici.

Ma quale amico può essere più amico di un padre? E quale più amica di una madre?

Potete tremare di essi? Potete dire: ‘Sono tradito da lui, da lei’? Eppure ecco il giovane stolto e la ancora più stolta fanciulla che si fanno amici degli estranei, e chiedono il cuore al padre e alla madre, e si guastano mente e cuore con contatti che sono imprudenti se pure non colpevoli, cagione di lacrime paterne e materne che rigano come gocce di piombo fuso il cuore dei genitori. Quelle lacrime però, Io ve lo dico, non cadono nella polvere e nell'oblio. Dio le raccoglie le numera. Il martirio di un genitore calpestato avrà premio dal Signore. Ma l’atto del figlio suppliziatore di un genitore neppure sarà dimenticato, anche se il padre e la madre supplicano nel loro dolente amore, pietà di Dio per il figlio colpevole.

‘Onora o il padre e la madre se vuoi vivere lungamente sulla terra’ è detto. ‘Ed eternamente in Cielo’, Gesù aggiunge. Troppo poco sarebbe il castigo di vivere poco qui per avere mancato ai genitori! L’al di là non è fola, e nell'al di là si avrà premio o castigo a seconda di come vivemmo. Chi manca ad un genitore manca a Dio, perché Dio ha dato per il genitore comando d’amore, e chi non ama pecca. Perde perciò così, più della vita materiale, la vera vita di cui vi ho parlato, e va incontro ad una morte, ha anzi già la morte avendo l’anima in disgrazia del suo Signore, ha già in sé il delitto perché ferisce l’amore più santo dopo Dio, ha già in sé i germi dei futuri adulteri perché da cattivo figlio viene perfido sposo, ha già in sé gli stimoli del pervertimento sociale perché da un cattivo figlio sboccia il futuro ladro, il truce e violento assassino, il freddo strozzino, il libertino seduttore, il gaudente cinico, il ripugnante traditore della patria, degli amici, dei figli, della sposa, di tutti. E potete aver stima e fiducia di colui che ha saputo tradire l’amore di una madre e deridere i capelli bianchi di un padre?

Però, udite ancora, però al dovere dei figli corrisponde un pari dovere dei genitori. Maledizione al figlio colpevole! Ma maledizione anche al colpevole genitore. Fate che i figli non vi possano criticare e copiare nel male. Fatevi amare per un amore dato con giustizia e misericordia. Dio è Misericordia. I genitori, secondi solo a Dio, siano misericordia. Siate esempio e conforto dei figli. Siate pace e guida. Siate il primo amore dei vostri figli. Una madre è sempre la prima immagine della sposa che noi vorremmo. Un padre per le figlie giovinette ha il volto che esse sognano per lo sposo. Fate che soprattutto i figli e le figlie scelgano con saggia mano i reciproci consorti pensando alla madre, al padre, e volendo nel consorte ciò che è nel padre, nella madre: una virtù verace.

Se Gesù dovesse parlare finché è esaurito l’argomento, non basterebbe il giorno e la notte. Onde abbreviamo per amore di voi. Il resto ce lo dica lo Spirito eterno. Gesù getta il seme e poi passa. Ma il seme nei buoni getterà radica e farà spiga. 

 

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