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La Colpa d'origine

La Colpa, ha sconvolto alle radici dell’uomo, quel complesso perfetto di carne e spirito, di carne, non dissimile in moti di sentimento, dallo spirito, di cui era solo più pesante ma non contraria e tanto meno nemica; di spirito non prigioniero e prigioniero vessato nella carcere della carne, ma di spirito giubilante nella docile carne che esso guidava a Dio poiché molecola dello spirito di Dio, era attratto da Dio, come da calamita divina, mediante i rapporti d’amore fra il Creatore, il Tutto, e lo spirito, la parte.

La colpa ha sconvolto quell'armonico contorno che Dio aveva messo intorno al suo figlio perché fosse re e re felice.

«La lezione è più per i maestri che per le folle.

I maestri daranno alle folle il succo della lezione. Ma essi, per dare quel miele, hanno bisogno di nutrirsi dei fiori di verità che Gesù ha dato.

 Tutto è verità nella Religione. Solo che da millenni e millenni alcune verità sono date e dette con figure o simboli. E questo non basta più ora, in questo secolo di razionalismo e di positivismo e – perché non dirlo? – di incredulità e dubbio che penetrano anche nei maestri e insegnanti della Chiesa.

   Non basta più. La favoletta del pomo, così come è detta, non persuade, non è accettata, non dà aumenti di fede, ma anzi indebolisce la fede sulla verità della Colpa d'origine, e perciò sulla verità della venuta di Gesù per redimere la Colpa d'origine, e perciò sulla sua predicazione perché era Maestro fra le folle, e perciò sull'istituzione divina della Chiesa, e perciò sulla verità dei Sacramenti, e si potrebbe durare per molto ad elencare quanto fa crollare il non accettare la quarta verità di fede, ossia la colpa d'Adamo.

   La prima verità è l'esistenza di Dio.

  La seconda, la ribellione di Lucifero e perciò la libera trasformazione dell'arcangelo nel Demonio, in Satan, e perciò dello spirito del Male e delle Tenebre opposto allo spirito del Bene e della Luce.

   La terza, la creazione.

  La quarta, la colpa di Adamo, anteveduta nella sua divina conseguenza da Lucifero che divenne Satan per non adorare Gesù Cristo, Figlio di Dio, Redentore dell'Uomo, suo Avversario e Vincitore.

   La favoletta del pomo non basta più alle folle di oggi e soprattutto ai maestri di oggi, i quali la insegnano male perché il loro pensiero non la può accogliere più. Alla sottile, metodica erosione e corrosione del razionalismo e altre tendenze dell'oggi, si opponga una aperta, schietta, plausibile, credibile, dignitosa – come si conviene a cosa che ha rapporto con Dio, che è prova messa da Dio ai suoi creati – versione, l'unica sincera, reale versione del primo peccato. E crederanno di più i maestri, e sapranno far credere di più i fedeli. Ciò che è buono all'alba dell'Umanità fra i crepuscoli dei primi evi, è insufficiente e anche nocivo alla sera dell'Umanità, quando gli spiriti sono adulti e ammaliziati da tante cose.

   Diamo luce! Diamo luce! Ché nella luce è vita.

Leggiamo la lettera di San Paolo ai Romani 7, 14 - 25... e iniziamo a meditare sulla Colpa d’origine
La lezione è più per i maestri...

14 Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. 15 Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16 Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18 Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19 infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20 Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21 Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22 Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23 ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? 25 Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato.

Per ben comprendere le parole di Paolo, bisogna ben considerare il Peccato d’origine.

 Lezione data molte volte, ma che non è mai data troppe volte, perché la dolorosa realtà di quel peccato e le dolorose conseguenze reali di esso sono sovente negate o messe in dubbio da molti, da troppi. E tra questi non mancano quelli che più di tutti dovrebbero esser convinti della realtà del peccato originale e delle sue conseguenze per gli studi compiuti, e soprattutto per le loro esperienze di ministero che mette di continuo sotto i loro occhi saggi della decadenza dell’uomo che, da creatura perfetta, per il peccato di origine si è mutata in creatura debole ed imperfetta contro gli assalti di Satana e di ciò che è intorno ed entro all’uomo, meravigliosa creazione invidamente turbata dal Nemico di Dio.

 

Alcuno dirà: “Lezione che si ripete, perciò lezione inutile”. Sempre utile, perché, al bisogno, non la sappiamo mai abbastanza, né per noi stessi, né per gli altri.

 

Troppo preme a Satana che noi non la sappiamo! E perciò esso crea in noi nebbie ad offuscarci la giusta conoscenza di questo episodio che non ha avuto termine e limite nel giorno che lo vide e negli esseri che lo compirono, ma che, come per seme e per sangue tutti gli uomini hanno ereditato la vita (esistenza) da Adamo e da Eva - e nell’ultimo uomo nato sulla Terra sarà ancora la discendenza dei due Primi Uomini - così, per funesta eredità, si propaga dal primo generante, Adamo, di progenie in progenie a tutti i figli dell’uomo sino all’ultimo generato.

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Bisogna contemplare il frutto della Colpa prima,

e perciò anche la Colpa prima,

per non trovare ingiusta la condanna...

Per ben comprendere la confessione di Paolo, che è la desolata voce di tutti gli uomini che, volonterosi di operare perfettamente il bene, si sentono impotenti ad eseguirlo con la perfezione desiderata, bisogna contemplare il frutto della Colpa prima, e perciò anche la Colpa prima, per non trovare ingiusta la condanna e la conseguenza.
Paolo confessa: “Io sono carnale, venduto e soggetto al peccato”. E prosegue: “Non so quel che faccio; non faccio il bene che voglio, ma il male che odio. Anche se faccio quello che non voglio, riconosco ugualmente che la legge è buona (nel proibire o comandare ciò che proibisce e comanda), però (quando faccio il male che odio con la mia parte migliore mentre non faccio il bene che vorrei fare) non sono, in questi momenti, io che opero, ma il peccato che abita in me... Nella mia carne non abita il bene... È in me la volontà di farlo, ma non trovo la via di compierlo... Quando voglio fare il bene, il male mi è già a lato... Mi diletto della Legge di Dio secondo l’uomo interiore, ma vedo nelle mie membra un’altra legge che si oppone alla legge della mia mente e mi fa schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra...”. “Io sono carnale”.

 

Anche Adamo era formato di carne oltre che di spirito. Ma non era carnale, in quanto sopra la materia signoreggiavano lo spirito e la ragione. E lo spirito innocente e pieno di Grazia aveva somiglianza mirabile col suo Creatore, in quanto era intelligente tanto da comprendere quanto supera tutte le cose naturali. L’elevazione dell’uomo all’ordine soprannaturale, ossia alla figliolanza da Dio per mezzo della Grazia, aveva elevato l’intelligenza dell’uomo, già vastissima per il dono preternaturale di scienza infusa e capace perciò di capire tutte le cose naturali, alla intelligenza soprannaturale del poter comprendere ciò che è incomprensibile a chi non vi è predisposto da un dono soprannaturale: del poter comprendere Dio e, in misura minore, di poter essere una sua immagine fedele per l’ordine e la giustizia, per la carità, la sapienza, la libertà da ogni restrizione avvilente.
 

Splendida libertà dell’uomo pieno di grazia! Libertà rispettata da Dio stesso, libertà non insidiata da forze esteriori o da stimoli interiori.

Regalità sublime dell’uomo deificato, figlio di Dio ed erede del Cielo, regalità dominante su tutte le creature e su quel che ora vi è sovente tiranno: l’io in cui fermentano senza posa i veleni della gran ferita.

Quando si dice: “l’uomo, re del creato sensibile, è stato creato con potere di dominio su tutte le creature”, occorre riflettere che egli, per la Grazia, e per gli altri doni ricevuti sin dal primo momento del suo essere, era formato ad essere re anche di se stesso e della sua parte inferiore, per la conoscenza del suo fine ultimo, per l’amore che lo faceva tendere soprannaturalmente ad esso, e per il dominio sulla materia e i sensi esistenti in essa. Unito all’Ordine e amante dell’Amore, era formato a saper dare a Dio ciò che gli è dovuto, e all’io ciò che è lecito dargli, senza disordini nelle passioni o sfrenatezza degli istinti. Spirito, intelletto e materia, costituivano un tutto armonico in lui, e a quest’armonia pervenne sin dal primo momento del suo essere, non per fasi successive, come vogliono alcuni.

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L’uomo attuale non è il risultato

di un’evoluzione ascendentale, ma...

...il doloroso risultato di una evoluzione discendentale, in quanto la colpa di Adamo ha per sempre leso la perfezione fisico-morale-spirituale dell’uomo originale. Tanto l’ha lesa che neppure la Passione di Gesù Cristo, pur restituendo la vita della Grazia a tutti i battezzati, può annullare i residui della colpa, le cicatrici della gran ferita, ossia quei fomiti che sono la rovina di coloro che non amano o poco amano Dio, e il tormento dei giusti, che vorrebbero non avere neppure il pensiero più fugace attirato dalle voci dei fomiti e che lottano per tutta la vita l’eroica battaglia pur di rimanere fedeli al Signore. L’uomo non è il risultato di un’evoluzione, così come il Creato non è il prodotto di un’autogenesi. Per avere un’evoluzione occorre avere sempre una prima sorgente creativa. E pensare di avere avuto dalla autogenesi di una sola cellula le infinite specie, è un assurdo impossibile. Per vivere, la cellula ha bisogno di un terreno vitale in cui siano gli elementi che permettono e mantengono la vita. Se la cellula si autoformò dal nulla, dove trovò gli elementi per formarsi, vivere e riprodursi? Se essa non era ancora quando iniziò ad essere, come trovò gli elementi vitali: aria, luce, calore, acqua? Ciò che non è ancora, non può creare. E come allora essa, la cellula, trovò al suo formarsi i quattro elementi? E chi le dette, quale sorgente, il germe “vita”? E quando, per ipotesi, questo inesistente avesse potuto formarsi dal nulla, come, dalla sua unica unità e specie, avrebbero potuto venire tante specie diverse quante sono quelle che si trovano nel Creato sensibile? Astri e pianeti, zolle, rocce, minerali, le svariate numerosissime qualità del regno vegetale, le ancor più diverse e numerose specie e famiglie del regno animale, dai vertebrati agli invertebrati, dai mammiferi agli ovipari, dai quadrupedi ai quadrumani, dagli anfibi e rettili ai pesci, dai carnivori feroci ai miti ovini, da quelli armati e vestiti di dure armi di offesa e difesa agli insetti che un nulla basta a distruggere, dai giganteschi abitatori delle vergini foreste, all’assalto dei quali non resistono che colossi pari loro, a tutta la classe degli artropodi sino ai protozoi e bacilli; tutti venuti da un’unica cellula? Tutto da una spontanea generazione? Se così fosse, la cellula sarebbe più grande dell’Infinito.

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